Come l’ ebreo reprime la libertà di ricerca

Come l’ ebreo reprime la libertà di ricerca ( anche di ebrei ).

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Il caso Norman Finkelstein ( ebreo)

articolo di Noam Chomsky ( ebreo)

Il “caso” nasce dalla critica che Finkelstein fece al libro “ From Time Immemorial” di Joan Peters ,che spaccia per terra libera da palestinesi la Palestina del 1948. Tale libro faceva da cassa di risonanza del mito del “deserto” in cui i primi coloni sionisti si sarebbero insediati.

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«Vi racconterò un caso, l’ultimo, ma ce ne sono molti altri. Questa è veramente una storia tragica. Quanti di voi conoscono Joan Peters? Il libro scritto da Joan Peters? Uscì, questo best-seller, alcuni anni fa [nel 1984], fu ristampato per dieci volte, scritto da una donna chiamata Joan Peters – o almeno firmato da Joan Peters – il titolo era From Time Immemorial.

Si trattava di un grosso libro dall’aria dotta, con mucchi di note a piè di pagina, che intendeva dimostrare che i palestinesi erano tutti immigrati di recente [nelle aree degli insediamenti ebraici della terra di Palestina durante il mandato britannico tra il 1920 e il 1948]. E il libro divenne famoso, ottenne letteralmente centinaia di recensioni entusiastiche: il Washington Post, il New York Times, tutti andarono davvero in delirio per quel libro.

Ecco il libro che provava che non c’erano in realtà palestinesi!

Naturalmente il messaggio implicito era che se israele li sbatteva fuori non contravveniva ad alcun principio morale perchè erano solo immigrati di recente là dove gli ebrei avevano costruito un paese. E c’era ogni sorta di analisi in quel libro, un professorone di demografia dell’Università di Chicago [Philip M. Hauser] lo aveva autenticato. Era il più grosso successo intellettuale dell’anno: Saul Bellow, Barbara Tuchman, tutti ne parlavano come della cosa più importante dopo il dolce alla cioccolata.

Bene, uno studente laureato di Princeton, un certo Norman Finkelstein, cominciò a leggere quel libro. Era interessato alla storia del sionismo e mentre lo leggeva fu piuttosto sorpreso da alcune delle cose che vi erano scritte. Era uno studente molto scrupoloso, cominciò a controllare i riferimenti e saltò fuori che era tutto un imbroglio, il libro era completamente fasullo: probabilmente era stato messo insieme da qualche agenzia di intelligence o qualcosa del genere.

Bene, Finkelstein preparò un breve scritto delle sue scoperte preliminari, pressappoco venticinque pagine, e lo spedì in giro, credo ad una trentina di persone interessate della materia, studiosi del campo ecc., dicendo: “ecco quello che ho trovato in questo libro, pensi che valga la pena di proseguire?”.
Bene,
ottenne una sola risposta, da me. Gli dissi, sì, penso che sia una questione interessante, ma lo misi in guardia sul fatto che se avesse proseguito si sarebbe cacciato nei guai perchè stava per presentare la comunità intellettuale americana come una banda di impostori. Non lo avrebbero gradito e avrebbero cercato di distruggerlo. Così gli dissi: se vuoi farlo, vai avanti, ma sii consapevole di quello in cui ti stai cacciando.E’ un problema importante, fa una gran differenza se elimini la giustificazione per l’espulsione di un popolo – la base dei veri orrori – per cui la vita di un sacco di gente sarà in gioco. Ma pure la tua vita è in gioco, gli dissi, perchè se segui questa strada la tua carriera sarà rovinata.
Bene, non mi credette. Diventammo intimi amici, prima non lo conoscevo.
Andò avanti, scrisse un articolo e lo sottopose alle riviste. Niente, non si curavano nemmeno di rispondergli. Infine io stesso riuscii a piazzare un suo pezzo su “In These Times”, una piccola rivista di sinistra pubblicata nell’Illinois dove alcuni di voi possono averlo visto. Diversamente nulla, nessuna risposta. Nel frattempo i suoi professori – parliamo dell’Università di Princeton, presumibilmente un posto serio – smisero di parlargli, non avrebbero preso appuntamenti con lui, non avrebbero letto i suoi lavori, dovette sostanzialmente lasciare il programma.
A quel punto cominciò a disperarsi e mi chiese cosa fare. Gli diedi quello che pensavo fosse un buon consiglio, ma che si dimostro essere cattivo, gli suggerii di passare ad un diverso dipartimento
dove conoscevo della gente e immaginavo che sarebbe stato almeno trattato correttamente. Questa previsione si dimostrò sbagliata. Lui si trasferì e quando arrivò al punto di scrivere la tesi non potè letteralmente trovare la possibilità di discuterla, non potè fare in modo che qualcuno venisse a difendere la sua tesi. Infine, con grande imbarazzo, gli assicurarono un PH.D. – è molto intelligente, a proposito – ma non scrissero nemmeno una lettera di referenze per lui, dichiarando che era uno studente dell’Università di Princeton. Intendo dire che qualche volta hai degli studenti per i quali è difficile scrivere una buona lettera di referenze, perchè veramente non credi che siano meritevoli, ma puoi scrivere qualcosa, ci sono modi per farlo. Questo ragazzo era preparato, ma letteralmente non potè avere la sua lettera.
Ora vive in un piccolo appartamento da qualche parte a New York City e lavora part-time per i servizi sociali con gli adolescenti emarginati.
Come studioso molto promettente, se avesse fatto quel che gli era stato detto, sarebbe andato avanti diritto, adesso sarebbe professore da qualche parte in qualche grossa università. Invece sta lavorando part-time con dei ragazzini disturbati per un paio di migliaia di dollari all’anno. Questo è molto meglio che in uno squadrone della morte – è vero – è un bel po’ meglio. Ma queste sono le tecniche di controllo qui in giro.
Ma lasciatemi andare avanti con la storia di Joan Peters. Finkelstein è molto tenace, si prese un’estate di tempo e si sistemò nella New York Public Library dove
esaminò ogni singolo riferimento del libro e trovò una tale serie di bugie che non potete immaginare.

Bene, la comunità intellettuale di New York è un ambiente abbastanza piccolo e abbastanza presto tutti seppero di questa cosa, seppero che il libro [della Peters] era una frode e che, presto o tardi, sarebbe stato smascherato. L’unica pubblicazione abbastanza scaltra da reagire con intelligenza fu il New York Review of Books, sapevano che la questione era vergognosa ma l’editore non voleva offendere i suoi amici, così semplicemente evitò di scrivere una recensione. Quella fu l’unica rivista che non ne pubblicò una.
Nel frattempo, Finkelstein vennè chiamato in ballo da grossi professori che gli dissero “guarda,
piantala con la tua crociata, molla tutto e ci prenderemo cura di te, faremo in modo che tu ottenga un lavoro“, tutte queste cose. Ma lui continuò, andò ancora avanti. Ogni volta che leggeva una recensione favorevole, scriveva una lettera all’editore, che non sarebbe stata pubblicata; faceva quello che poteva. Avvicinammo gli editori e chiedemmo loro se avevano intenzione di rispondere a qualcuna di queste lettere, dissero di no e avevano ragione. Perchè avrebbero dovuto rispondere? L’intero sistema era chiuso su se stesso, non ci sarebbe mai stata una parola di critica negli Stati Uniti. Ma fecero un errore tecnico, permisero che il libro apparisse in Inghilterra, dove non si può controllare così facilmente una comunità intellettuale.
Bene, appena sentii che il libro stava per uscire in Inghilterra, immediatamente inviai delle copie del lavoro di Finkelstein ad una gran quantità di studiosi e giornalisti britannici che erano interessati alla questione Mediorientale e li preparai.
Quando il libro uscì fu semplicemente demolito, stroncato. Tutte le più importanti riviste, il Times Literary Supplement, il London Review, l’Observer, tutti avevano una recensione che diceva che il libro non raggiungeva neppure il livello della sciocchezza, dell’idiozia. Dovrei dire che un mucchio di critici fecero uso del lavoro di Finkelstein senza alcun riconoscimento, ma le parole più gentili che vennero usate per il libro [di Joan Peters] furono “ridicolo” o “pretestuoso”.
Bene, la gente qui lesse le recensioni inglesi – se appartieni alla comunità intellettuale americana leggi il Times Literary Supplement e il London Review – così cominciò a diventare un po’ imbarazzante. Cominciavi a legger commenti: la gente cominciò a dire “bene, guarda, non avevo detto proprio che il libro era buono, ma solo che era un argomento interessante”, cose del genere. A quel punto il New York Review entrò in azione e fecero quello che di solito fanno in queste circostanze. Guarda, attraversi come una routine in questi casi, se un libro viene stroncato in Inghilterra la gente qui lo saprà, così se un libro viene lodato in Inghilterra, devi reagire. E se è un libro su Israele, esiste un comportamento standard, prendi uno studioso israeliano per recensirlo. Questo modo di fare si chiama “
pararsi il culo“, perchè qualsiasi cosa dica uno studioso israeliano sei abbastanza a posto: nessuno potrà accusare la rivista di antisemitismo, nulla della solita roba funziona.
Così, d
opo che il libro della Peters fu sbugiardato in Inghilterra, il New York Review lo fece recensire davvero da un buon professionista, in effetti il più autorevole specialista israeliano sul nazionalismo palestinese [Yehoshua Porath], uno che ne sa parecchio del problema. E lui scrisse una recensione – che non pubblicarono – andò avanti per circa un anno senza che venisse pubblicata; nessuno sa esattamente che cosa accadde, ma potete scommettere che ci deve essere stata un sacco di pressione per non pubblicarla. Infine fu addirittura scritto nel New York Times che questa recensione non sarebbe stata pubblicata, così alla fine qualche cosa apparve. Era critica, diceva che il libro era una sciocchezza e così via, ma smussava gli angoli, il critico non disse quello che sapeva.
I
n realtà le recensioni israeliane furono in generale estremamente critiche, la reazione della stampa israeliana fu che speravano che il libro non venisse letto diffusamente perchè alla fine sarebbe stato dannoso per gli ebrei, presto o tardi sarebbe stato smascherato, sarebbe apparso come una frode e un inganno e ciò si sarebbe malamente riflesso su Israele. Direi che sottovalutavano la comunità intellettuale americana.
In ogni caso, dal momento che la comunità intellettuale americana realizzò che il libro della Peters era
imbarazzante – e pressochè sparì dalla circolazione – nessuno ne parlò più. Intendo dire che ancora lo puoi trovare negli scaffali degli aeroporti e simili, ma i più furbi sanno che non se ne parlerà più perchè era stato smascherato ed essi stessi erano stati smascherati.
Bene, il punto è che quanto accaduto a Finkelstein è quel genere di cosa che può succedere quando sei un critico onesto e potremmo andare avanti con altri casi come quello.

Ancora, nelle università come in ogni altra istituzione trovate spesso dei dissidenti che vagano tra gli scaffali e possono sopravvivere, in un modo o nell’altro, in particolare se ottengono l’appoggio della comunità. Ma se diventano troppo deleteri o troppo turbolenti – o, come sapete, troppo efficaci – è facile che vengano cacciati. Lo standard, non di meno, è che non ce la faranno innanzitutto con le istituzioni. In particolare se erano così da giovani verranno semplicemente sfoltiti da qualche parte strada facendo. Così, nella maggior parte dei casi, la gente che ce la fa con le istituzioni ed è capace di rimanere al loro interno ha già interiorizzato il giusto modo di pensare, non è un problema per loro essere obbedienti, sono già obbedienti ed è per questo che sono arrivati lì. E ciò costituisce in buona misura il modo in cui il sistema di controllo ideologico perpetua se stesso nelle scuole e penso che sia la base del modo in cui opera».

 

Noam Chomsky

 

Sito di riferimento: http://www.thule-toscana.com/

Come l’ ebreo reprime la libertà di ricercaultima modifica: 2009-03-27T08:23:40+00:00da erwinthule
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